Comicità e malinconia
Se proviamo a raccontare per iscritto una delle gag del film Le vacanze di monsieur Hulot (1953) di Jacques Tati, subito la scrittura si aggroviglia, si complica, si appesantisce di incisi, subordinate e rimandi: per esempio, due amici siedono a mangiare, l’uno accanto all’altro, a un tavolo del ristorante durante l’ora di pranzo all’Hotel de la Plage. Chiamiamoli A e B. A vuole pulirsi la bocca col tovagliolo. Nello stesso momento, B allunga il braccio alla sinistra di A per prendere il sale, e A finisce per strofinare la bocca sul braccio di B. Poi la cosa si ripete, perché B cerca di rimettere a posto il sale sulla sinistra, e di nuovo il suo braccio diventa il tovagliolo di A.
La gag fa ridere? Può anche far ridere, certo, ma il suo pregio principale è un altro: rimaniamo strabiliati dall’abilità e la precisione con cui per due volte il braccio dell’uno diventa salvietta dell’altro, e in un certo senso smette di appartenergli – B ne perde la padronanza, senza che A la acquisti. Il braccio/salvietta diviene fulcro impersonale d’una gag in cui la padronanza del proprio corpo, anzi, dei propri arti (braccia, gambe) è sempre problematica.
Come tradurre in parole, per fare un altro esempio, la gag famosa di Tati che sale le scale dell’albergo senza vederle, impedito com’è da una grossa e pesante valigia? Su braccia e gambe Tati ha in realtà la massima padronanza, necessaria a rendere credibile il mostrare di non averne – ma anche sugli oggetti, sulla sua scoppiettante scassata automobilina, annunciata più che altro dallo strepito del suo motore. Sulla barca che ripiegandosi lo inghiotte come lo squalo di Spielberg, sulla ruota di scorta che, imbrattata di foglie cadute, può tramutarsi in corona funebre…
Comicità d’osservazione? Certo, Tati osservava, come osservava Buster Keaton, come osservava Pierre Étaix, come osservano Sylvain Chomet o Elia Suleiman. Osservava i comportamenti, le manie, i tic, le espressioni, i gesti della gente semplice, di quelli che gli stavano attorno: i paesani indaffarati a preparare un giorno di festa e a prendere in giro il loro postino-ciclista, la piccola borghesia vacanziera, ragazzini terribili, ragazze corteggiate goffamente, poi automobilisti intrappolati nelle loro macchine, proprietari di ville meccanizzate, orgogliosi dei marchingegni automatici che possono disorientare uno zio vecchio stile, turisti dei viaggi collettivi all’americana, organizzati apposta per non vedere niente o, al massimo, il riflesso delle cose davvero belle nei moderni labirinti di cristallo. Tati, con i pochi altri nella sua scia, osserva, sì, ma filtra, non imita, ma inventa, estrae l’essenziale, coglie nessi imprevisti e imprevedibili. Immagini e rumori, rumori che annunciano immagini, scoppi, fuochi d’artificio e un po’ di malinconia.
Credo che la questione della malinconia sia cruciale, in questo tipo di comicità. Se si guarda un film di Elia Suleiman, per esempio Il tempo che ci rimane (2009) o Il paradiso probabilmente (2019), al frenetico agitarsi dei personaggi, vaganti in ogni direzione, soli o in gruppo, spesso senza ragioni apparenti, si contrappone la stasi del personaggio-Elia, cioè di colui che esercita la memoria – e la memoria raramente è allegra, specie per un regista palestinese. Il salto con l’asta col quale si scavalca d’un balzo il muro innalzato dagli occupanti israeliani appartiene purtroppo solo all’immaginario.
Il discorso sulla malinconia vale anche per L’illusionista (2010), il film d’animazione che Sylvain Chomet ha tratto da una sceneggiatura non realizzata di Tati. Tra le animazioni di Chomet, tutte direttamente o indirettamente ispirate da Tati, è forse quella più perfetta, dove il grande mimo sembra resuscitare appunto come anima, nei panni d’un illusionista di scarso successo, apprezzato solo in un piccolo paese della Scozia, dove una ragazzetta ingenua lo crede un vero mago, e lo segue a Edimburgo. A lungo l’illusionista tenta, tra mille difficoltà, di sostenere la finzione, ma alla fine è costretto a dichiararle la verità: i maghi non esistono. Vero, e contemporaneamente falso: è esistito un mago di nome Tati, ne esiste uno di nome Chomet. Indimenticabile la sua magica Edimburgo.
La comicità può dunque essere malinconica, la malinconia può essere comica? Si direbbe. Nella sua inchiesta sui Clowns (1970), Fellini arriva a dire che la loro comicità può addirittura spaventare. Tra gli esempi citati, spicca la coppia Pierre Étaix/Annie Fratellini, severo Clown Bianco l’uno e sdrucito Augusto l’altra (primo Augusto femminile, si noti). Il discorso su Pierre Étaix, però, implica il riconoscimento dell’importanza della sceneggiatura, suggerita dalla collaborazione fondamentale con Jean-Claude Carrière.
Tra Étaix e Carrière si scatena l’invenzione, le gag si snodano una dopo l’altra, si accavallano, si incastrano, sulla scia di Tati, sempre senza che le parole, le battute, assumano troppa importanza. Si pensi a certi momenti di Le soupirant (1962): Étaix riceve in camera sua, in sogno o come visione, la ragazza di cui è innamorato. Balla con lei, ma in realtà sta ballando abbracciato a un vaso da fiori. Le offre da bere, tira fuori dall’armadio due bicchieri, poi si accorge che è rimasto pochissimo liquore nella bottiglia e li sostituisce in gran fretta con due bicchieri più piccoli. Oppure si pensi a quel perfetto congegno a orologeria che è il cortometraggio Hereux anniversaire (sempre del 1962): è l’anniversario del matrimonio, la moglie lo attende a casa, ha preparato la tavola con leccornie varie e vino pregiato, oltre a nascondere un regalino sotto il piatto – ma il marito è bloccato nel traffico, esce dalla macchina per comprarle dei fiori e non può più rientrarci, perché subito altre macchine affiancano la sua e non può più aprire gli sportelli. Acrobazie, litigi. Automobilisti disperati tentano di proseguire a piedi. Siamo già vicini a Monsieur Hulot nel caos del traffico (1971). Quando finalmente arriva a casa, Étaix trova la moglie addormentata sulla tavola: ha mangiato e bevuto tutto da sola. A lui non resta che addentare malinconicamente un panino residuo.