SPECIALE CYBERPUNK/MEMORIE SINTETICHE, II PARTE
Leviatano cyberpunk
In un futuro “high tech low life”, dove le guerre atomiche hanno contaminato le terre e costretto la gente a vivere in piccole aree sovrappopolate, uno dei lavori più eccitanti è quello del cercatore, cioè il vagare per deserti radioattivi alla ricerca di reliquie tecnologiche di epoche passate da usare come merce di scambio.
Uno di questi trova sepolto sotto la sabbia la carcassa di un robot, e la rivende a un altro cercatore, Moses, che a sua volta lo regala alla fidanzata Jill. Lei è una scultrice, assembla rottami di metallo ispirandosi alle forme della natura, i resti del robot sono perfetti per il suo lavoro. Quello che non sanno è che si sono portati in casa un Mark-13, automa autorigenerante programmato con l’unico scopo di annientare ogni forma vivente, principalmente uomini, ma anche gli insetti vanno bene, e che il Mark-13, finalmente vicino a fonti di energia, può rianimarsi e ricominciare a uccidere.
Da qui in poi Hardware diventa uno slasher dalle sfiziose declinazioni splatter, banale nelle soluzioni ma decisamente efficace nella creazione della tensione, una netta sferzata al ritmo di quello che prima era un viaggio sospeso nel tempo tra incubi e allucinazioni in un mondo arancione intasato di ciminiere, rottami elettrici e rifiuti umani. Un mondo che Richard Stanley racconta tramite i media, per radio (in originale il dj è Iggy Pop!), nei telegiornali e nelle pubblicità, sui monitor di videocamere e computer, dove la razza umana si è trasformata in un rozzo freak show di sciamani, robot, uomini dalle braccia metalliche, nani e ciccioni pervertiti, soggiogata da un invisibile governo che sponsorizza la sterilizzazione volontaria, legalizza la marijuana, passa il sussidio agli artisti e finanzia soluzioni finali come il Mark-13. Un conglomerato di idee reazionarie e progressiste, incoerenti e ridicole, dove l’unico possibile risultato è l’annientamento, e allora tanto vale accelerare il processo, il Mark-13 serve a questo. È un robot costruito dagli umani per distruggere gli umani con la scusa del controllo della sovrappopolazione, difficilmente controllabile ma considerato necessario alla sopravvivenza, tra l’altro pure unto dal Signore, e il suo nome fa riferimento all’apocalittico versetto della Bibbia, Marco 13:20, “No flesh shall be spared”: praticamente un’allegoria dello Stato descritto da Hobbes nel suo più celebre trattato, Mark-13 è il Leviatano in versione cyberpunk. Che poi Stanley copra il suo robokiller di riferimenti più o meno palesi all’America di Reagan, quella del machismo e delle “Star Wars”, della repressione e dello strapotere della Destra Cristiana (praticamente quasi l’attualità all’uscita di Hardware nel 1990), altro non fa che particolareggiare un discorso più generale, giustificando il cambio di registro del film in qualcosa di più concreto, spiccio e violento (come lo slasher), aderente allo spirito politico del caro Ronald. Certo, riviste ora, alcune soluzioni registiche “videoclippare” tipiche della fine degli anni ’80, o l’utopico finalino con il Mark-13 sconfitto da un’artista e un tossico, fanno un sacco sorridere, e un po’ danno ad Hardware quella patina di “documento d’epoca” che ne smorza la potenza drammatica. Ma è solo la seconda parte del film: la prima, lisergica, grottesca, universale, non invecchierà così facilmente.
Hardware [id., Gran Bretagna/USA 1990] REGIA Richard Stanley.
CAST Stacey Travis, Dylan McDermott, John Lynch, Iggy Pop, Lemmy (dei Motorhead).
SCENEGGIATURA Richard Stanley. FOTOGRAFIA Steven Chivers. MUSICHE Simon Boswell.
Fantascienza/Horror, durata 94 minuti.