SPECIALE AUTORI VENEZIA 70 – PARTE II
Papas Kino ist Tot
Edgar Reitz è nato nel 1932 a Morbach, un piccolo centro dell’Hunsrück. Ventenne, si trasferisce a Monaco per studiare cinema e realizzare alcuni cortometraggi, per poi firmare nel 1962 il Manifesto di Oberhausen assieme ad alcuni colleghi (Kluge primo fra tutti). Questi pochi dati anagrafici non sono stati forniti per un particolare interesse biografico, bensì per intuire l’essenza delle sue opere: se esiste un regista la cui biografia lo ha portato a fondersi con le sue rappresentazioni, questo è proprio Reitz.
Dopo aver girato svariati cortometraggi su commissione industriale e aver approfittato delle occasioni di viaggio e delle attrezzature fornitegli per creare titoli propri, Reitz ha diretto alcuni lungometraggi. I tratti comuni di questi film si ritrovano nello spirito sperimentale delle riprese, nel racconto fluido e lineare, in un progressivo avvicinamento a tematiche sociali e visioni cangianti della realtà circostante. L’opera che più di tutte racchiude e racconta la vita biografica e artistica del regista è senza dubbio la serie cine-televisiva Heimat. Imponente saga familiare divisa in tre capitoli (Heimat, Die Zweite Heimat, Heimat 3) che, a partire dalla gioventù dei suoi genitori, narra le vicende di Hermann Simon e famiglia nel villaggio fittizio di Schabbach, ricreato dallo stesso Hunsrück che ha visto crescere Reitz. Dal 1919, con il rientro dei soldati dalla prima guerra mondiale, alle vicende naziste, il primo capitolo affronta tutte le sfaccettature di un bambino nato negli anni ’30 in un villaggio di campagna e soprattutto introduce tutti i motivi che spingeranno quello stesso bambino a trasferirsi a Monaco in cerca della sua realizzazione artistica e personale. Che si tratti di Hermann o del suo corrispettivo reale Edgar, il protagonista fa del capoluogo bavarese la sua patria elettiva in cui sviluppare il suo manifesto di avanguardia contro i padri, macchiati delle colpe della guerra e di troppe restrizioni. Dopo Die Zweite Heimat, racconto frustrato di una generazione che rifiuta i padri e che a sua volta è rifiutata dai più giovani, Heimat 3 affronta il ritorno a casa di Hermann e la presa di coscienza della sua delusione. Senza dubbio in maniera meno convincente e meno curata degli altri capitoli, Reitz fa un consuntivo delle proprie vicende: rimangono sempre in primo piano un ambiente nativo ristretto e la delusione che solo un desiderio frustrato può dare. Per avvicinarsi a Reitz quindi si dovrebbe passare attraverso Heimat e il suo dialogo tra Storia e storia. Vi si ritrovano anche molte opere del regista, sia in funzione metacinematografica che come puro episodio narrativo. Si tratta di un regista nelle cui opere il cinema imperversa in tutte le sue forme, dai cinegiornali alle sperimentazioni, dal cinema vissuto a quello solo guardato. E anche se spesso è citato in seconda battuta rispetto a colleghi coevi, Reitz si distingue per essere stato protagonista del suo tempo ed essere stato tra i primi a trovare il coraggio di ammettere la fine di una stagione artistica e di “riconfigurarsi” in modelli creativi diversi, altrettanto innovativi se non più potenti. Un cinema fatto di emozioni vissute, sperate e razionalmente considerate a posteriori. Titoli come Velocità, Yucatan o Pasti sono il preludio e il passaggio obbligato per arrivare alla forza e all’imponenza della maturità personale e cinematografica.