“Chi ha paura non fa che sentir rumori”
Al momento della sua uscita nel 2011, Ultracorpo ha fatto un certo scalpore. Il terzo cortometraggio di Michele Pastrello, regista ormai noto al panorama del thriller-horror indipendente, è stato accolto da pareri entusiasti e critiche di ambiguità. Alla base di entrambi c’è una rappresentazione non convenzionale tipica del cinema di Pastrello, visionaria nonostante l’aderenza a tematiche reali e simbolica al punto da apparire equivoca.
Se ha senso tornare a parlarne non è soltanto per la recente uscita del suo nuovo corto, InHumaine Resources, ma per il messaggio tristemente attuale. Ultracorpo è infatti un film sull’omofobia. Più in generale è un film sull’ignoranza che ingenera la paura, non soltanto dell’altro ma anche di se stessi e della propria profondità. La vicenda di Umberto (Diego Pagotto), ombroso e circospetto, incaricato di un lavoro su commissione presso un cliente omosessuale, si trasforma in una spirale patologica, filtrata dai deliri della sua percezione. La mente contorta del protagonista grava sulla realtà e la distorce, costringendo lo spettatore a una coatta esperienza del suo punto di vista. Ne deriva un film disturbante e a tratti grottesco che alla figura stereotipa di Gianfranco (Felice Ferrara), gay mellifluo e seduttivo, oppone un omofobo non meno caricaturale, habituè di prostitute e di film porno. Ma la forte stilizzazione non è che il frutto delle fantasie di Umberto, ossessionato dall’affermazione di una mascolinità apparente e atterrito da ogni rischio di introspezione. Se il contatto con una dimensione sconosciuta del femminile suscita in lui paura e brama di assoggettamento, il nome diventa strumento di appropriazione, emblema del potere che gli altri esercitano sulla sua persona, a partire dalla madre del prologo. Il disagio con l’intimità propria e altrui si traduce in interni disforici e opprimenti, attraversati da suggestioni horror che alle citazioni esplicite – Siegel ma anche il Nosferatu di Murnau – alternano soluzioni visive più vicine al J-Horror. La fotografia plumbea di Mirco Sgarzi concorre a creare un’atmosfera greve così come l’ambiguità straniante di Diego Pagotto e Felice Ferrara. “Un noir contaminato” lo definisce il regista che alla commistione dei generi unisce l’intento di riportare l’horror a una funzione di denuncia sociale, come era stato negli anni ’70. Non mancano i difetti, come certe ridondanze didascaliche – la foto della madre, l’omaggio ribadito al film di Siegel – o gli eccessi estetizzanti, che se da un lato astraggono la vicenda a un livello universale, dall’altro ne depotenziano la brutalità. Resta però un percorso di ricerca coerente, con un progetto definito e un linguaggio in evoluzione. Disponibile, come gli altri film di Pastrello, su www.michelepastrello.it.