La storia di una mamma
Dopo il successo di Galline in fuga, nel cinema d’animazione la figura della gallina è associata alla simpatica morbidezza della plastilina usata dalla Aardman Animations per creare le sue intraprendenti e spavalde protagoniste produttrici di uova.
Dodici anni più tardi ecco arrivare nelle sale la storia di una loro stretta parente di origini coreane, Leafie, scontenta del suo dovere di mangiare per deporre e tormentata da un acuto ma irrealizzato desiderio di crescere un pulcino tutto suo. Scappa e si ritrova sola e sperduta nella selvaggia natura, un luogo a lei inadatto ma che per antitesi le dà la possibilità di essere felice, accudendo un anatroccolo orfano. In principio appare come la pazza gallina fuggita dal pollaio con un fiore tra le penne della coda, un personaggio buffo che da molti può essere considerato naif, nel senso negativo del termine. La svolta fondamentale sta nel vederla antropomorfizzarsi e farsi carico di temi quali la maternità, il sacrificio e la volontà di combattere per chi si ama, dei pesi mai semplici da portare sulle spalle e ancor meno da raffigurare senza cadere nello sdolcinato stereotipo. Invece della favola qui l’animazione mette in scena la realtà, i toni delicati dei disegni contrastano con i duri significati proposti, per non parlare poi della diversità tra una madre, animale di terra, e il suo cucciolo, appartenente all’acqua e al cielo.
È d’obbligo un rimando alla religione taoista e al suo simbolo fondamentale dello yin e dello yang: maschio e femmina, cielo e terra, fuoco e acqua, vita e morte, ogni cosa ha il proprio opposto e lo contiene, una sola origine e l’impossibilità di esistere senza l’altro. Leafie – La storia di un’amore appare quindi lontana dal classico mondo animale per bambini trasposto sul grande schermo: è lo spirito della cultura coreana, con le sue credenze e i suoi emblemi che si riflette nei personaggi, animandoli di senso profondo. Un esperimento pienamente riuscito, esportato anche in Italia in più di cento sale grazie ad un’intelligente strategia distributiva che sembra far crollare le insensate barriere poste all’animazione coreana, poco sviluppata in patria e praticamente sconosciuta in Occidente, se non si conta il debole tentativo fatto nel 2002 con l’onirico My beautiful girl Mari.
Grazie alla sovrumana forza di un animale scioccamente considerato poco intelligente il pubblico di giovanissimi spettatori ha guadagnato una nuova prospettiva per riflettere, aperta non solo a loro ma a chiunque desideri ancora emozionarsi.