Circa un anno fa usciva Alice in Wonderland di Tim Burton, 30 milioni di euro in poche settimane, dopo i 60 milioni di euro guadagnati da Avatar. Un periodo eccezionale, salutato con bottiglie di champagne da esercenti e filiera del cinema. Dodici mesi dopo, sembra di trovarsi ad anni luce di distanza.
Il 3D scricchiola, e non poco. In America la crisi della tridimensionalità è acutissima, e il box office non sembra in grado di reagire. Il clamoroso insuccesso del cartoon 3D della Buena Vista, Milo su Marte, potrebbe fungere da spartiacque. Se la digitalizzazione della sale è ormai incontrovertibile, lo spettacolo con occhialini sembra già avviato a un lento tramonto. Magari ci sbagliamo, anche perché tra qualche tempo torneranno in campo i fuoriclasse, per esempio il Tintin di Spielberg, Avatar 2 e 3 di Cameron, etc. Pur tuttavia, si conferma che i gusti del pubblico sono difficilissimi da indovinare. La verità è che – per quante analisi di marketing si possano fare – l’equilibrio tra prototipi tecnico-discorsivi e sfruttamento della tendenza è assai fragile. In Italia, dove di sfruttamento di filoni dal corto respiro ce ne intendiamo, è Manuale d’amore ad aver pagato il senso di saturazione dello spettatore per le commedie italiane – fortunatissime sino a Immaturi e ora invece segno di fastidio.
Che morale trarre da tutto ciò? L’industria del cinema è in mano alle lune di un pubblico sempre più atomizzato e imprendibile? Probabilmente no, però… Saremo ingenui, ma – lasciando alla grande industria il compito legittimo (e condiviso) di realizzare grandi spettacoli e franchise in serie – ci chiediamo se un po’ di rischio d’impresa, o più in generale una certa qual lungimiranza nel puntare su oggetti artistici innovativi e imprevedibili anch’essi, non possa generare qualcosa di buono a lunga scadenza. E forse, questa alleanza tra capitali produttivi e weird ideas ha già un nome, Rango, un film “per nessuno” che diventa per tutti grazie alla sua strana intelligenza.