filmforum, Udine-Gorizia 20-29 marzo 2012

Metacinema
Partecipare alla proiezione di lunedì 26 marzo al FilmForum significava ritornare indietro nel tempo. Ospite il regista sperimentale americano Morgan Fisher, appartenente alla corrente strutturalista, che ha presentato sette suoi lavori i quali, per il loro formato in 16 mm, sono stati proiettati con un apposito proiettore presente in sala, con conseguente rumore di sottofondo.

Fisher non è solo un regista ma anche un docente, conosce molto bene la settima arte e le opere in programma l’hanno dimostrato: partendo da Production Stills (1970) fino a () (2003) è evidente il suo interesse per una riflessione sul cinema stesso. Avanguardia, sperimentazione, interazione fra immagine e suono le parole d’ordine nell’opera di questo cineasta. Ama giocare con le possibilità offerte dal cinema, o meglio sabotarle ed esibirle alla Godard come in Picture and Sound Rushes (1973) in cui la normale comunicazione verso il pubblico da parte di un soggetto ripreso diviene farsa a causa del sonoro continuamente stoppato e dello schermo nero che “nasconde” l’immagine, se poi le due manipolazioni avvengono contemporaneamente siamo alla totale sparizione del film. Ci ricorda che l’opera cinematografica è qualcosa di fragile che può sparire da un momento all’altro. Esibizione del dispositivo cinematografico in Projection Instructions (1976) dove vediamo una serie di cartelli in cui vengono date istruzioni al proiezionista: dal cambiamento del volume, allo spostamento del fotogramma in alto, in basso, al centro, fino alla messa fuori fuoco/in fuoco del frame. Fisher riflette anche sulla storia del cinema, lo dimostra Standard Gauge (1984) una vera e propria lezione sulla nascita e lo sviluppo nel tempo della pellicola partendo dal cinetoscopio di Edison e l’adozione del 35 mm, una voce over racconta e una serie di pellicole si susseguono sullo schermo. Contaminazione fra cinema e fotografia avviene in Production Stills in cui una serie di fotografie scattate su set cinematografici vengono nuovamente fotografate. The Wilkinson Household Fire Alarm (1973) richiama, invece, l’avanguardia anni Venti: una breve ripresa di un allarme incendio che scatta e compie un movimento circolare diventa un qualcosa di astratto ricordando le forme geometriche di Ballet mécanique (1924) di Fernand Léger e soprattutto Anémic Cinéma (1926) di Marcel Duchamp e Man Ray. Non più il 16 mm ma il video per Protective Coloration (1979) composto da un’unica inquadratura fissa di un uomo in camice verde che progressivamente si copre l’intera testa con tappi al naso, alle orecchie, cuffie, occhialini, una mascherina, un elmetto e si infila due paia di guanti alle mani. Una forma di protesta, un volersi escludere dal resto del mondo inibendo i cinque sensi o ancora una volta una riflessione sul cinema, sulla sua fruizione? In conclusione del programma è stato proiettato () (il titolo parla da sé) un montaggio di particolari e dettagli di azioni senza sonoro presi da una grande quantità di film che ancora una volta richiama il cinema. Inutile cercare di dare un significato a quest’opera di Fisher, esiste per il piacere di esistere, tanto vale lasciarsi abbandonare al fascino delle immagini ed evitare di cercare un senso. Morgan Fisher non è un regista, come tutti i grandi sperimentatori che hanno lavorato sul cinema (Léger, Man Ray, Warhol, Brakhage, solo per citare qualche nome) deve essere chiamato artista, la sua opera metacinematografica non può non affascinare chiunque la guardi.