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Prima notte di sangue
Dopo aver scioccato il Festival di Cannes 2009, Brillante Mendoza si portò comunque a casa il premio per la regia con il suo Kinatay, a conferma del fatto che, controverso, eccessivo, immorale che sia, il suo cinema non passa certo inosservato.

Non essendo il film distribuito in Italia, questa recensione è stata possibile grazie al servizio del sito Indieframe, che permette di visionare numerosissimi inediti, in streaming, download o DVD.
Kinatay è la storia del giovane Peping e della sua particolare “prima notte di nozze”, in cui il neo-padre e novello sposo oltrepassa la flebile linea che separava il suo lavoro notturno di factotum per una gang criminale da ben più seria attività delittuosa, nella fattispecie rapimento e assassinio di una prostituta da punire.
Mendoza sceglie la macchina a mano e la contrapposizione tra una prima parte diurna e movimentata e una seconda notturna e feroce, in cui prevalgono la prossimità della camera ai personaggi e l’indistinguibilità nel buio ripreso con la sola illuminazione ambientale.
La prima parte descrive efficacemente la caotica vita degli strati sociali più bassi di Manila, componendo un background fatto di aspirazioni mediocri (una bella macchina, un banchetto di nozze) che si mescolano a soluzioni discutibili, senza che implicazioni etiche o morali siano mai minimamente considerate.
Questo stato di cose esplode nella seconda parte: la discesa agli inferi di Peping si compie già tutta nella lunghissima sequenza del viaggio assieme alla vittima brutalizzata. Lo sguardo della macchina da presa si allaccia a quello di Peping, la sua esperienza della violenza attraverso il guardare diventa quella dello spettatore. Il massacro annunciato dal titolo avviene puntualmente, anticipato da efferatezze varie: lo sguardo di Peping lo coglie a spizzichi e scene rubate prima (attraverso botole, finestre, serrande) e nella sua completa insostenibile interezza poi. Ma in più occasioni l’obiettivo decide di spostarsi arbitrariamente dal punto di vista di Peping e mostrare di più, come nelle scene dello stupro, insinuando il sospetto di mero voyeurismo orrorifico. Anche i numerosi accostamenti retorici su cui il regista indugia (immagini religiose, insegne luminose, l’insistenza sul motto della scuola di polizia criminale stampato sulla maglietta di Peping) raffreddano notevolmente il coinvolgimento e accrescono la sensazione dell’immagini fine a se stessa, sia quando vorrebbe essere metafora, sia quando è semplicemente disturbante.
A Mendoza interesserebbe descrivere da un lato la freddezza con cui i criminali compiono le loro atrocità, e dall’altro la facilità con cui Peping rimane a guardare, solo superficialmente inorridito da ciò che vede ma ben lontano da prendere veramente una qualsiasi posizione. Lo stile pseudo-documentaristico e l’assenza di approfondimento nell’indagine di personaggi e motivazioni che li muovono non bastano però a comunicare il legame tra disagio sociale e ambiguità morale: purtroppo quello che rimane è in gran parte piattezza dei caratteri in gioco e autocompiacimento visivo.