Iris, lunedì 20 febbraio, ore 10.55
Cinica goliardia e spietata irriverenza di un nobile
Monicelli era ed è un grande narratore, un cantastorie di quelli vibranti, sagaci, che non censura, che non inanella finti patetismi e personaggi piatti e fiacchi, ma scrive di personaggi irriverenti, sagaci e “cattivi” e uno di questi è sicuramente Il marchese del Grillo, film del 1981 grazie al quale vince il premio per la miglior regia al Festival di Berlino e due David di Donatello per miglior scenografia e migliori costumi.
Onofrio del Grillo – contraltare naturale di Un borghese piccolo piccolo, pellicola dello stesso regista, del 1977 – interpretato da Alberto Sordi, vive il XIX secolo, quello delle campagne napoleoniche, vagando per la Roma papalina, gozzovigliando e frequentando bettole, bische clandestine e donne di ogni genere, queste ultime spinta propulsiva al cambiamento (Olimpia/Caroline Berg), ma anche fonte di guai (Faustina/Elena Fiore). Le “carnevalate”, le “amenità” al marchese piacciono, si prende gioco delle Istituzioni, dei suoi pari, ma anche di se stesso, rappresentando una figura scomoda, spesso arrogante e pieno di sé – “Mi dispiace, io so’ io e voi non siete un cazzo” – , appagato dai privilegi del suo ruolo, della cui limitatezza è consapevole. Onofrio è metafora di un tempo che cambia portando con sé ombre e contraddizioni: è colto, ma triviale,
devoto, ma cinico e irriverente perfino con il Papa, adora la madre, ma non perde occasione per dimostrarsi figlio ribelle e “rivoluzionario”, vive nella ricchezza ma tende con trepidante attesa al futuro, sa essere crudele – pensiamo alla sorte del povero Aronne Piperno/Riccardo Billi – ma anche generoso. In Onofrio c’è tutta quella voglia di cambiamento e di rigenerazione che caratterizza solo le persone lungimiranti e di vedute aperte, il marchese infatti mal sopporta il passato, fardello pesante da portare, di cui disfarsi per poi ricostruire, e quelle idee vecchie e stantie, figlie di un oramai superato modello che incombono su tutto, ma soprattutto su di lui; spiega perfettamente questo suo sentire la sequenza in cui il marchese per scaldarsi, in una sua casa di campagna, oramai diroccata e in disuso – come il mondo a cui appartiene – dà fuoco ad una sedia antica. La famiglia di Onofrio non comprende né il suo spirito che guarda al nuovo né la fine del Medioevo; non riesce ad accettare lo sgretolamento e lo svuotamento di tutto il mondo che la circonda; ciò è chiaro nel dialogo tra Onofrio e la madre che non vuole vedere gli amici francesi del figlio: “Mamma il Medioevo è finito, la Chiesa, il papato e tutti noi siamo finiti, e so’ proprio ‘sti francesi, che tu disprezzi tanto ad aver portato una ventata d’aria nuova”. “Io me so’ vendicato, me so’ divertito”, in queste parole si evince tutto ciò che è il marchese, un uomo che ama giocare con la vita, la sua e quella degli altri: il gioco più riuscito è quello di Gasperino il carbonaro. L’uomo sembra essere il gemello di Onofrio, uguale a lui in tutto e per tutto, ma la sua vita è completamente diversa, lavora, è sposato, si ubriaca ogni notte, ma non ha cultura né educazione. Il “s’è svegliato” del carbonaro è, come dice Ricciotto/Giorgio Gobbi, fedele servitore e compagno d’avventure di Onofrio, “tutto da ride”, una prova recitativa da maestro da parte di Sordi che impersona perfettamente l’essere più infimo della società. La postura dell’attore si modifica, l’accento romano si fa più marcato, il volto dell’attore truccato è rubicondo, “piagato” dalla vita lavorativa, intriso di “volgarità plebea”; la metà popolana del marchese fa difficoltà a calarsi in quel gioco di ruolo alla principe e il povero, in cui il marchese l’ha costretta, più che altro si adagia fin da subito in quello che le appare essere un sogno: letti comodi, bella casa, cibo e vino assicurati, una cugina carina e giovane. Onofrio decide che il gioco è finito, che il suo carbonaro ha già dato alla famiglia la lezione che merita, in una sorta di canto del cigno il nobile spiega cosa ci sia alla base di questo sadico divertissement: in realtà Carbonaro e Marchese sono due facce della stessa medaglia, di diverso solo nome e residenza; è il caso a consegnare all’uno un ruolo, all’altro quello che rimane. Monicelli tra cinismo e ironia, tra malinconica nostalgia e sguardo al futuro, tra scherzi e verità, inscena una sfida continua, contro tutto e tutti, sadica e irriverente che non teme né giudizi, né giudici, le sue non sono però “zingarate” fine a se stesse, come lo erano quelle degli Amici miei (1975), una “supercazzola prematurata” ma sono una sorta di gioco al massacro che non risparmia niente e nessuno, che disvela con chiarezza e lucidità limiti e ingiustizie di un mondo destinato a finire.


